x

x

Vai al contenuto
Messaggio pubblicitario

Il caro petrolio riporta l’inflazione: come difendere il valore reale del patrimonio

pompe benzina

Il rally del petrolio si scarica sui prezzi al consumo. Dopo un settembre chiuso dal Brent con un rialzo del 14,4%, sulle tensioni tra Stati Uniti e Iran attorno allo stretto di Hormuz, l’inflazione italiana è salita al 4,2%, il livello più alto da tre anni, secondo la stima preliminare diffusa dall’Istat il 30 settembre. Il rincaro dell’energia riporta così al centro delle scelte di investimento la difesa del valore reale dei patrimoni.

Il greggio di riferimento europeo ha toccato i 107 dollari al barile il 29 settembre, sui timori di un nuovo stallo nei negoziati tra Washington e Teheran, e ha archiviato il terzo trimestre con un progresso del 42,4%. Il primo ottobre è tornato sotto quota 100 sui segnali di una ripresa delle esportazioni dal Golfo Persico, ma il 14 ottobre, dopo le notizie di nuovi attacchi iraniani contro navi in transito nello stretto, è risalito sopra i 107 dollari. L’effetto del rally è già visibile nel balzo di quasi un punto rispetto al 3,3% di agosto. A tornare in discussione, dopo il rientro dei prezzi seguito alla fiammata del 2022, è il potere d’acquisto del denaro, che può ridursi anche quando il valore nominale di un patrimonio resta fermo o aumenta.

Il rally del Brent e la sua trasmissione ai prezzi

Il prezzo del Brent, il greggio del Mare del Nord che fa da riferimento per le quotazioni europee, ha seguito passo dopo passo l’evoluzione del conflitto. Dai circa 72 dollari al barile di fine febbraio, prima dell’inizio delle ostilità con l’Iran, la quotazione ha superato i 110 dollari in primavera, è tornata sui livelli prebellici a fine giugno dopo l’accordo tra Washington e Teheran ed è poi risalita oltre i 100 dollari con la ripresa delle tensioni. Le oscillazioni degli ultimi giorni confermano un mercato che reagisce in modo brusco a ogni notizia proveniente dalla regione. Nei dati dell’Istat il peso dell’energia emerge con chiarezza: i beni energetici sono cresciuti del 22,3% in un anno, mentre l’inflazione di fondo, calcolata al netto di energia e alimentari freschi, si ferma all’1,7%.

La distanza tra i due valori racconta come il petrolio si trasmette all’economia. La prima ondata è diretta e arriva nel giro di poche settimane attraverso carburanti e bollette. La seconda è indiretta e più lenta, perché passa per i costi di trasporto e di produzione che le imprese scaricano progressivamente sui listini di beni e servizi. L’inflazione di fondo, salita dall’1,5% all’1,7% in un mese, è l’indicatore da osservare per capire se questa seconda fase è già cominciata.

Rendimento nominale e rendimento reale: dove si misura l’erosione

Per chi investe, la grandezza che conta in una fase di prezzi in salita è il rendimento reale, cioè quanto rende un investimento una volta sottratta l’inflazione. Un titolo che offre il 2% lordo all’anno, con i prezzi che crescono al ritmo del 4,2%, produce una perdita di potere d’acquisto superiore ai due punti percentuali, pur restituendo alla scadenza un capitale nominalmente più alto. La liquidità che non rende nulla subisce l’erosione per intero.

L’effetto si accumula nel tempo. Con un’inflazione media del 3% annuo, 100.000 euro tenuti fermi per cinque anni conservano un potere d’acquisto pari a circa 86.000 euro di oggi. A rendere il quadro più severo interviene la fiscalità, che si applica sui rendimenti nominali: l’imposta colpisce anche la parte di guadagno che serve soltanto a compensare l’aumento dei prezzi, riducendo ulteriormente il rendimento reale netto.

Lo scenario non sembra limitato a un picco di breve durata. L’Istat stima per il 2026 un’inflazione acquisita del 3,1%, cioè il valore medio annuo che si registrerebbe anche se i prezzi restassero fermi fino a dicembre. L’Ocse prevede per l’Italia un’inflazione del 3% nel 2026 e del 2,6% nel 2027, mentre il Fondo monetario internazionale, nel World Economic Outlook del 13 ottobre, la stima al 3,3% per quest’anno. La Banca centrale europea, che il 10 settembre ha alzato i tassi portando quello sui depositi al 2,50%, ha indicato che le prospettive restano molto incerte, con rischi orientati al rialzo per l’inflazione, mentre la presidente Christine Lagarde ha evitato di anticipare le prossime mosse. La prossima decisione sui tassi è attesa per il 29 ottobre.

Patrimoni importanti, la difesa passa dalla ripartizione

Nessuno strumento, da solo, mette un patrimonio al riparo dall’inflazione. La difesa del valore reale dipende da come si combinano componenti che reagiscono in modo diverso all’aumento dei prezzi. Le obbligazioni a tasso fisso soffrono quando l’inflazione supera le attese, perché le loro cedole restano invariate mentre i rendimenti di mercato salgono e i prezzi dei titoli scendono. Le azioni tendono invece a recuperare nel lungo periodo, grazie alla capacità delle imprese di adeguare i ricavi, ma nel breve possono subire la pressione dei tassi più alti. La liquidità garantisce flessibilità e prontezza, a fronte di un rendimento reale spesso negativo.

Il tema pesa in modo particolare per chi si trova a gestire somme consistenti, per esempio dopo la vendita di un immobile o di un’azienda, o al termine di anni di accumulo dei risparmi. Con un patrimonio dell’ordine del milione di euro i margini per distribuire il rischio tra classi di attivo e orizzonti temporali sono ampi, e proprio per questo la composizione del portafoglio diventa la principale leva di protezione. Per importi di questa entità la ripartizione richiede un piano di allocazione vero e proprio, che stabilisca il peso di ciascuna classe di attivo in base agli obiettivi, all’orizzonte temporale e alla propensione al rischio di chi investe. Può essere utile, per esempio, consultare le strategie per investire 1 milione di euro messe a punto da IoInvesto SCF, società di consulenza finanziaria indipendente che nel check-up dei portafogli esamina, tra gli altri aspetti, il grado di diversificazione, la quota di liquidità parcheggiata e il rendimento degli strumenti detenuti, cioè i fattori su cui l’inflazione pesa di più. Rivolgersi a un consulente indipendente permette inoltre di calibrare i pesi delle diverse componenti sulla propria situazione e di rivederli quando lo scenario cambia, come accade in questi mesi con il rincaro dell’energia, con raccomandazioni che non dipendono dalla vendita di un prodotto.

Titoli indicizzati, attivi reali e aziende con potere di prezzo

All’interno di una ripartizione diversificata, alcune componenti hanno un legame più diretto con l’andamento dei prezzi. I titoli di Stato indicizzati all’inflazione sono quelli che lo esprimono in modo più esplicito, perché legano il rendimento a un indice dei prezzi: a seconda del titolo viene rivalutato il capitale oppure l’inflazione si somma direttamente alla cedola. Un esempio recente è il BTP Italia Sì, collocato dal ministero dell’Economia dal 15 al 19 giugno 2026: un titolo a cinque anni con cedole semestrali che sommano a un tasso minimo garantito dell’1,60% l’inflazione italiana misurata dall’indice FOI al netto dei tabacchi, con un premio fedeltà dello 0,6% per chi lo ha sottoscritto in collocamento e lo conserva fino alla scadenza del 2031. La protezione si realizza compiutamente per chi mantiene il titolo fino alla fine, mentre prima della scadenza il prezzo può oscillare con l’andamento dei rendimenti reali di mercato.

Gli attivi reali offrono una tutela di natura diversa. Nel mercato immobiliare, i contratti di locazione prevedono spesso l’aggiornamento del canone in base alla variazione dei prezzi rilevata dall’Istat, e il valore degli immobili tende nel lungo periodo a seguire il costo della vita. Le infrastrutture funzionano con una logica simile, perché le tariffe di molte reti e concessioni sono legate per contratto all’inflazione. Entrambe le componenti richiedono però orizzonti lunghi e una minore facilità di smobilizzo.

Sul fronte azionario, la protezione dipende dal potere di prezzo delle singole imprese, cioè dalla capacità di trasferire i rincari sui clienti senza perdere quote di mercato. Le aziende con marchi forti, prodotti difficili da sostituire o tariffe regolate riescono a difendere i margini, mentre quelle con un elevato consumo di energia e una concorrenza serrata vedono i costi crescere più dei ricavi. La differenza tra i due gruppi tende ad allargarsi proprio nelle fasi di inflazione energetica.

Hormuz, Bce e prezzi dell’energia: le variabili dei prossimi mesi

L’evoluzione dello scenario resta legata in primo luogo al Golfo Persico. Se i segnali di ripresa delle esportazioni si consolidassero e i negoziati sullo stretto di Hormuz arrivassero a una soluzione stabile, i prezzi dell’energia potrebbero allentare la pressione e il picco dell’inflazione potrebbe trovarsi alle spalle. Un nuovo stallo, al contrario, rischierebbe di prolungare la fase dei rincari e di accelerare la trasmissione dell’energia al resto dei prezzi.

Le prossime riunioni della Bce dovrebbero offrire un’indicazione decisiva sulla direzione della politica monetaria. Una banca centrale costretta a nuovi rialzi segnalerebbe che i rincari si stanno radicando nell’economia, mentre una pausa indicherebbe che l’effetto del petrolio viene considerato temporaneo. In entrambi i casi, l’andamento dell’inflazione di fondo nei prossimi mesi dovrebbe dire se l’impulso partito dal Brent è destinato a esaurirsi o a trasformarsi in un aumento più diffuso del costo della vita.