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Azioni settore difesa: conviene investire oggi nell’industria militare europea?

L'incertezza geopolitica spinge i governi a rivedere i budget per la difesa territoriale.

Gli ultimi aggiornamenti che arrivano dai telegiornali ci raccontano, purtroppo, di un clima internazionale a dir poco teso: con il nuovo attacco degli Stati Uniti e di Israele ai danni dell’Iran, nuove nuvole cupe sembrano minacciare la stabilità degli equilibri mondiali. Viene dunque naturale porsi questioni anche di ordine economico: conviene oggi investire in azioni del settore difesa? Quanto possiamo aspettarci oggi che possa crescere l‘industria militare europea? Proviamo a fare chiarezza in merito a questa delicatissima questione.

Lo scenario geopolitico: perché i budget militari crescono

Primo piano di un soldato equipaggiato con tecnologie moderne, focus sull'industria dell'elettronica per la difesa
La cooperazione internazionale e le richieste della NATO guidano la crescita dell’industria bellica europea

Proprio alla luce degli scenari mondiali, decisamente inquietanti, gli investimenti mondiali nel settore della difesa non accennano a fermarsi. Sebbene in alcune aree il ritmo sia meno frenetico rispetto al passato, il 2025 ha sfortunatamente segnato un nuovo consolidamento del trend rialzista, spinto soprattutto dai massicci stanziamenti in Europa, Asia, Medio Oriente e Nord Africa.

L’asticella della spesa mondiale si è fissata a 2,63 trilioni di dollari (rispetto ai 2,48 del 2024). In termini reali, parliamo di un incremento annuo del 2,5%: una crescita più contenuta rispetto ai picchi del 7-8% registrati in tempi più recenti, ma sufficiente a superare il record storico dell’anno precedente.

Questa espansione non è stata però omogenea. Negli Stati Uniti la spesa è apparsa più cauta a causa del calo degli aiuti militari a Kiev e dei vincoli sull’ultimo bilancio dell’amministrazione Biden, una linea che il governo Trump ha già manifestato di voler invertire radicalmente. Anche Mosca ha registrato una crescita piatta nelle cifre ufficiali, frutto di una maggiore efficienza industriale e della necessità di non far collassare i conti pubblici sotto il peso di un apparato bellico già imponente.

La richiesta della NATO: il 2% del PIL destinato alla Difesa

Fino a non troppi anni fa, pensare di investire il 2% del PIL in difesa sembrava un miraggio per molti, ma – a sorpresa – i dati consuntivi del 2025 fotografano una realtà radicalmente mutata: ogni singolo membro dell’Alleanza Atlantica ha finalmente centrato l’obiettivo minimo. Anche la Spagna, storicamente nel mirino della Casa Bianca per la sua parsimonia bellica, ha ufficialmente allineato i propri conti.

In ogni caso, il traguardo si è già spostato. Il nuovo accordo prevede ora di raggiungere il 3,5% del PIL entro il 2035, a cui va sommato un ulteriore 1,5% per la protezione delle infrastrutture critiche e la resilienza civile. Al momento, solo i paesi in “prima linea” — Polonia, Lituania e Lettonia — hanno già sfondato la quota del 3,5%, seguiti a breve distanza da Estonia e Norvegia.

Le Blue Chip europee da monitorare nel 2026

Ecco che in un contesto simile, può essere molto interessante tenere d’occhio alcune aziende in particolare del settore che garantiscono agli investitori un’alta capitalizzazione. Qui di seguito, vi proponiamo la lista delle principali sulle quali vale la pena di puntare nel 2026.

Leonardo: focus su elicotteri ed elettronica

Nel panorama nostrano, Leonardo si conferma la Blue Chip per eccellenza nel comparto difesa. Il 2026 si apre con un portafoglio ordini che ha raggiunto livelli storici, trainato dalla divisione elicotteristica e, soprattutto, dall’elettronica per la difesa. L’azienda guidata da Roberto Cingolani sta beneficiando enormemente della digitalizzazione dei campi di battaglia: i nuovi contratti non riguardano più solo la fornitura di mezzi fisici, ma sistemi complessi di comando e controllo, cybersecurity e sensori avanzati.

Un punto di forza cruciale per Leonardo è la sua partecipazione al programma GCAP (Global Combat Air Programme) per il caccia di sesta generazione, al fianco di Regno Unito e Giappone. Questo progetto garantisce una visibilità di lungo periodo (oltre il 2035), il che rende il titolo meno sensibile alle oscillazioni trimestrali e più simile a un investimento infrastrutturale strategico. La capacità di integrare intelligenza artificiale nei sistemi di puntamento e sorveglianza posiziona l’azienda in una nicchia ad alto valore aggiunto rispetto ai competitor puramente meccanici.

Rheinmetall: il boom dei sistemi terrestri e munizionamento

Se Leonardo è la mente elettronica, la teutonica Rheinmetall rappresenta il braccio pesante dell’Europa. La guerra in Ucraina e la necessità di ricostituire le scorte nazionali hanno generato una domanda senza precedenti per i sistemi terrestri, come i carri armati Leopard 2 e i nuovi Panther KF51, oltre che per il munizionamento di grosso calibro.

Rheinmetall ha saputo capitalizzare l’aumento del budget della Germania (95 miliardi di euro nel 2025) trasformandosi da fornitore nazionale a vero hub europeo. L’apertura di nuovi stabilimenti in Europa orientale e le joint venture per la produzione di veicoli da combattimento per la fanteria hanno proiettato il titolo verso valutazioni record.

BAE Systems e Thales: portafogli ordini record

Passiamo a questo punto a Regno Unito e Francia, dove hanno sede due giganti che offrono una diversificazione geografica e tecnologica essenziale. Da un lato, BAE Systems è il perno della difesa britannica nonché partner privilegiato del Pentagono: con prospettive simili, l’azienda ha il privilegio di beneficiare sia dell’aumento della spesa europea che della stabilità del budget USA (980 miliardi di dollari).

Thales, in parallelo, è leader mondiale nell’aerospazio e nella sicurezza digitale. La sua forza risiede nella trasversalità: dai sistemi satellitari alla gestione del traffico aereo, fino alla crittografia dei dati militari. In un mondo dove la guerra si combatte anche (e soprattutto) nel cyberspazio, Thales offre una protezione patrimoniale legata alla sicurezza delle infrastrutture critiche, voce che, come abbiamo visto, peserà per l’1,5% del PIL nei nuovi piani NATO.

ETF settore difesa: come diversificare il rischio

Su Affari Finanza abbiamo già avuto modo di parlarvi degli ETF in diverse occasioni: si tratta di strumenti interessanti soprattutto per chi vuole puntare a diversificare il proprio livello di rischio.

A proposito, per l’investitore retail che non vuole esporsi al rischio del singolo titolo, gli ETF (Exchange Traded Funds) dedicati alla difesa rappresentano la soluzione più razionale. Strumenti come l’ iShares U.S. Aerospace & Defense o versioni focalizzate sull’Europa permettono di spalmare il capitale su decine di aziende, includendo di conseguenza anche i sub-fornitori della catena di approvvigionamento (vale a dire, tutte le realtà che producono motori, leghe metalliche speciali o microchip militari).

L’investimento in ETF permette di mitigare il rischio di “fallimento tecnologico” di un singolo progetto (ad esempio, se un nuovo prototipo di aereo viene cancellato dal governo). Tuttavia, è bene ricordare che questi fondi hanno spesso una forte componente americana, e sono dunque molto sensibili alle variazioni del cambio Euro/Dollaro e alle decisioni politiche di Washington.

I rischi dell’investimento bellico

Come per qualunque altro tipo di investimento, anche quello in aziende del settore bellico presenta delle problematiche che non andrebbero sottovalutate. Il rischio principale, ça va sans sans dire, è legato ai cambiamenti nello scacchiere internazionale e all’instabilità politica.

Il problema dell’esclusione dai Fondi ESG

Un ostacolo significativo per la crescita dei titoli della difesa è rappresentato dai criteri ESG (Environmental, Social, and Governance): è necessario infatti ricordare che molti fondi d’investimento istituzionali e fondi pensione hanno per statuto l’obbligo di non investire in aziende che producono armamenti. Questa ideale “messa al bando” etica riduce la massa di capitali che affluisce verso il settore, mantenendo a volte i prezzi delle azioni più bassi rispetto al loro reale valore industriale.

Oggi come oggi, una fetta sempre più consistente di analisti è convinta che “non c’è sostenibilità senza sicurezza” e che le aziende della difesa dovrebbero essere riammesse nei fondi ESG in quanto garantiscono la democrazia e la stabilità sociale. Se questa barriera dovesse cadere, potremmo assistere a un afflusso massiccio di nuovi capitali. Queste, però, rimangono per ora solo prospettive ipotetiche, da prendere con le pinze.

La dipendenza dalle elezioni politiche e dai governi

Due soldati in assetto da combattimento sul campo, rappresentazione dell'incremento dei budget militari NATO
La modernizzazione degli equipaggiamenti è al centro dei nuovi piani industriali delle Blue Chip del settore

Come anticipato in precedenza, chiunque sia interessato a investire nel settore bellico deve necessariamente monitorare i sondaggi elettorali e i vertici internazionali come quello di Monaco. La modernizzazione degli equipaggiamenti è ormai una necessità accertata, ma il ritmo con cui i contribuenti accetteranno di finanziare questa corsa agli armamenti resta l’incognita principale da tenere sempre d’occhio.

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